Intervista a Ranieri Cancedda

ranieri.canceddaRanieri Cancedda nasce a Genova nel 1945. Qui si laurea in Medicina e Chirurgia nel 1969. Dal 1969 al 1971 è assistente nel dipartimento di Biochimica di Genova, e dal 1970 al 1971 Visiting Research Fellow presso il Dipartimento di Ematologia dell’Università nigeriana di Ibadan.

Dal 1972 al 1974, negli Stati Uniti, presso il dipartimento di Microbiologia della facoltà di Medicina della Washington University, ricopre il ruolo di Research Associate.

Negli stessi anni, dal 1973 fino al 1980, è assistente presso il secondo Istituto di Biochimica della seconda Facoltà di Medicina dell’Università di Napoli. Sempre a Napoli, dal 1974 al 1980 è professore incaricato di Biologia Generale, e in seguito, dal 1980 al 1984 professore associato. Parallelamente, tra il 1983 e il 1984, ricopre nella stessa sede il ruolo di direttore del Dipartimento di Biochimica Cellulare e Molecolare.

Tra il 1977 e il 1978 ritorna negli Stati Uniti in qualità di Visiting Scientist presso il Roche Institute of Molecular Biology (New Jersey).

Nel 1984 decide di ritornare nella sua città natale, Genova, in qualità di direttore del Laboratorio di Differenziamento Cellulare dell’Istituto Nazionale per la Ricerca sul Cancro (IST), carica che tutt’ora ricopre

Presso l’università di Genova dal 1986 al 1994 è professore ordinario di Biologia Generale e dal 1994 ad oggi professore ordinario di Biologia Cellulare. Sempre dal 1994 è componente del Consiglio scientifico ristretto del Centro di Biotecnologie Avanzate (CBA) di Genova.

Infine, è stato uno dei fondatori e primo presidente della European Tissue Engineering Society, ora TERMIS nonché presidente dell’associazione di biologia cellulare e del differenziamento (ABCD) dal ’90 al ’92. [1]


Iniziamo l’intervista chiedendole: che cos’è la medicina rigenerativa?

Per medicina rigenerativa intendiamo l’utilizzo di cellule, fattori di crescita, biomateriali per riparare o, se possibile, rigenerare la lesione di tessuti o di organi.

Vorremmo intanto chiederle come ha iniziato ad interessarsi alla medicina rigenerativa, e in secondo luogo, quali consigli darebbe ad uno studente interessato a perseguire una carriera in questo settore di ricerca?

Non è semplice rispondere a questa domanda. Ho iniziato ad occuparmi di medicina rigenerativa forse un po’ per caso. Mi sono laureato in Medicina a Genova, e subito dopo la laurea ho trascorso un periodo all’estero. Sono rientrato in Italia diverso tempo dopo e ho passato a Napoli circa dieci anni. Infine sono tornato a Genova quando mi è stata offerta la cattedra universitaria e la direzione di un grosso laboratorio, quello che ai tempi era l’Istituto Nazionale per la Ricerca sul Cancro (IST). Ricordo che in quegli anni si parlava sempre di più di biotecnologie e a Genova si stava iniziando a pensare di creare un centro di biotecnologie avanzate, centro che è stato effettivamente realizzato (CBA).

In quel periodo occuparsi di biotecnologie voleva dire soprattutto occuparsi di anticorpi monoclonali o DNA ricombinante.
Nonostante non fossimo tra i laboratori più esperti nel campo, avevamo notevole esperienza per quanto riguarda le colture cellulari. Per esempio lavoravamo con colture tridimensionali, eravamo in grado di fare colture di cellule indifferenziate o utilizzare sistemi in grado di farle differenziare. Abbiamo quindi deciso di concentrarci su un’idea in particolare: la possibilità di usare queste tecniche per rigenerare tessuti che potessero poi essere trapiantati su paziente.

In quegli anni uno dei miei assistenti era Michele De Luca, e devo ringraziare soprattutto lui e Graziella Pellegrini, che in quei tempi era una giovane neodottorata, perché insieme abbiamo portato a Genova e in Europa la coltura di epidermide per il trattamento dei grandi ustionati, e abbiamo effettuato quello che probabilmente è stato il primo trapianto di epidermide in Europa.

Quindi, per rispondere alla seconda domanda, a uno studente interessato a una carriera in questo settore di ricerca consiglierei prima di tutto di essere un bravo studente, poi di cercare di fare quanta più esperienza possibile, magari inserendosi in laboratori che si occupano di queste tematiche.
Inoltre, a mio avviso, un’esperienza all’estero dovrebbe sempre essere presa in considerazione. Ci tengo a precisare che non lo consiglio per esterofilia, ritengo anzi che in Italia ci siano laboratori di grande qualità e a volte addirittura superiori ad alcune realtà estere, ma cambiare ambiente permette di evitare di nascere e morire, scientificamente parlando, nello stesso posto, e garantisce anche una crescita individuale.

Quali risultati concreti ha portato fino a questo momento l’ingegneria di tessuti? Quali sono le sfide e gli obiettivi per il prossimo futuro?

Per quanto riguarda ciò di cui mi sono occupato personalmente, dopo il primo successo con il trapianto di epidermide, sempre in collaborazione con Michele De Luca, abbiamo proseguito con altre ricerche che hanno avuto anche un riscontro pratico in ambito clinico. Vorrei ricordare, tra le altre, la prima ricostruzione di uretra effettuata in pazienti con grave ipospadia, tra l’altro pubblicata con successo nel 1990 sul The New England Journal of Medicine [2]. In seguito abbiamo preso in considerazione altri epiteli e pochi anni dopo abbiamo eseguito il primo trapianto di cornea, in collaborazione con il professor Carlo Enrico Traverso [3].

Successivamente abbiamo trasportato l’esperienza fatta con questo approccio di terapia cellulare in ingegneria dei tessuti (con ingegneria dei tessuti ci si riferisce a quelle tecniche che utilizzano colture cellulari e biomateriali), sfruttando in particolare sistemi cellulari che stavamo utilizzando per studi di ricerca fondamentale sui tessuti scheletrici. Ci interessava importare una tecnologia d’avanguardia, cioè la coltura di cartilagine articolare da utilizzare per il trapianto: questa possibilità, pubblicata per la prima volta a metà degli anni ’90 da un gruppo svedese, è stata da noi adattata e siamo stati fra i primi in Italia a effettuare una coltura di cartilagine articolare. Non meno importante, siamo stati tra i primi al mondo a trattare i pazienti con ceramiche porose caricate con mesenchymal stem cells, nell’ambito della ricostruzione di tessuto osseo [4].

Posso affermare quindi che abbiamo realizzato qualcosa. In Europa a quel punto si è cominciato a pensare a una società scientifica che si occupasse di questi temi, e io sono stato tra i cofondatori e primo presidente della European Tissue Engineering Society, ora TERMIS.

Devo dire che purtroppo, per mancanza di risorse a livello regionale ma anche per una maggiore incidenza degli aspetti normativi, il nostro lavoro ha subito un rallentamento. Evidentemente la crescita delle conoscenze va di pari passo con la necessità di risorse e strutture che a Genova, al momento, non ci sono.

Nonostante tutto però ritengo che questo rallentamento sia stato utile, perché mi ha portato ad approcciare la medicina rigenerativa in modo un po’ diverso. In particolare ho iniziato a riflettere sul significato della terapia rigenerativa cellulare. Senza dubbio questo tipo di terapia ha delle enormi potenzialità ed è in grado di trattare pazienti molto critici, basti pensare al trapianto di cornea. Ma se si considera la possibilità di trattare un grande numero di pazienti, non può essere questa la strada da intraprendere: parliamo di costi molto elevati, sia per un sistema sanitario pubblico, sia privato; inoltre la logistica è alquanto complessa.

L’idea che adesso stiamo cercando di sviluppare è quella di riattivare i meccanismi endogeni di riparazione. Pensiamo a un facile esempio: se una salamandra perde la coda, è possibile che questa venga rigenerata. Nell’uomo il potenziale di rigenerazione viene perso sia durante la filogenesi, sia durante l’ontogenesi, infatti l’embrione umano ha una certa capacità rigenerativa che nel neonato è già decisamente ridotta (pur con qualche particolarità, come i casi in cui la perdita traumatica dell’ultima falange ha portato a un ripristino della stessa) e che potremmo dire essere praticamente nulla nell’individuo adulto. Senza portare all’esasperazione il concetto con esempi estremi, ciò che stiamo tentando di fare è riattivare il più possibile questa capacità di rigenerazione. In particolare ci stiamo concentrando sui meccanismi tramite i quali avviene la normale rimarginazione di una ferita, dando importanza ai fattori piastrinici, ai fattori secretivi (il secretoma) delle cellule staminali e agli esosomi, che sono  i meccanismi con cui le cellule comunicano.

Parallelamente quindi all’ingegneria dei tessuti e all’approccio cellulare, che ritengo debbano rimanere limitati ai casi estremi, stiamo cercando di sviluppare questi sistemi che sfruttano praticamente le stesse note (parliamo sempre di cellule staminali, fattori di crescita, angiogenesi) per creare uno spartito che potrebbe essere diverso e più accessibile.

Parliamo del ciclo di seminari “Medicina Rigenerativa Oggi”. Fra i relatori ci saranno alcuni fra i più importanti esperti in materia. Paolo De Coppi, Giulio Cossu, Elena Cattaneo, Ivan Martin e non solo. Perché ha deciso di organizzare questo ciclo di seminari? E perché secondo lei questo evento rappresenta un’occasione per gli studenti genovesi e non solo?

Il ciclo di seminari ha come motivazione principale l’avvicinarsi della mia pensione. Non ho intenzione di “appendere il camice al chiodo” come si suole dire, ma la mia attività didattica diminuirà fortemente. Quindi nel mio ultimo anno ho pensato di contattare un gruppo di ricercatori di prima grandezza, in alcuni casi colleghi e anche amici. Ho detto loro che mi avrebbe fatto piacere che il corso con cui concludo fosse un po’ diverso dal solito. Devo dire che mi hanno tutti dimostrato entusiasmo.

Può sembrare una motivazione banale, ma credo che questo genere di iniziative debbano essere prese. Certamente i relatori potrebbero essere ospiti anche in altre occasioni, a Genova non mancano le opportunità e comunque gli incontri di questo tipo fanno parte dei normali rapporti all’interno delle comunità scientifiche, ma il ciclo di seminari in questione è un’occasione perché comprende molti ospiti in un ridotto lasso di tempo.

La nostra rivista è volutamente estranea ad ogni tipo di orientamento politico. Tuttavia non possiamo non ammettere che la politica condizioni le nostre vite, e tutto il mondo scientifico. Cosa può fare (o cosa dovrebbe fare), secondo lei, il governo italiano in carica per aiutare la ricerca in Italia?

Ovviamente si dice sempre che sulla ricerca bisognerebbe spendere di più, la tendenza è quella di tagliare i fondi prima nell’ambito della ricerca che in altri campi. Se andiamo a confrontare la percentuale di PIL investita in ricerca in Italia rispetto ad altri Paesi siamo sempre in basso nella classifica.

Tuttavia il problema principale è che le risorse, già piuttosto ridotte, sono spesso distribuite con criteri quantomeno discutibili. Questo vale a livello nazionale e forse ancora di più a livello locale, per cui più ci si avvicina a realtà locali, più i criteri non premiano i più meritevoli. Ovviamente il mio è un discorso di carattere generale che non riguarda solo la Liguria.

Stiamo vivendo in un’epoca in cui l’etica animale è più forte e radicata che mai. Il dibattito fra animalisti e scienziati ha raggiunto toni accesi, e spesso è sfociato in atti violenti. Se potesse rivolgersi direttamente ad un animalista, come spiegherebbe l’importanza della sperimentazione animale?

Si tratta di un argomento trito e ritrito. Ovviamente chi fa questo tipo di studi ha ben chiaro che la sofferenza animale deve essere bandita dalle ricerche, ma resta il fatto che la sperimentazione animale deve essere considerata un capo saldo.

Ricordiamo tutti il tristemente noto “caso Stamina”. Cosa è andato storto? Chi ha sbagliato?

Quello che è andato storto è che i mass media hanno presentato il caso come se fosse in atto una guerra tra gruppi di ricercatori diversi, mentre non stava succedendo nulla di simile. Il vero problema era che non si trattava nemmeno di una sperimentazione, era un’attività che veniva fatta senza basi scientifiche.

Questi tipi di trapianti probabilmente potrebbero, in alcuni casi, portare ad un beneficio clinico, almeno sulla base delle conoscenze che oggi abbiamo sull’attività paracrina di queste cellule, ma non è stato utilizzata la corretta metodologia per dimostrarne l’efficacia. Non è possibile dimostrare l’efficacia di un trattamento agendo senza controlli, senza rigore scientifico, senza metodo. Ovviamente parlo esclusivamente dal punto di vista scientifico, tralasciando gli aspetti speculativi della vicenda.

Continuiamo a parlare di terapie sperimentali. Lei sicuramente si ricorderà del famoso metodo Di Bella. Recentemente il metodo è tornato alla ribalta della stampa per le dichiarazioni di alcuni personaggi pubblici del mondo della scienza e della politica. Si è parlato di complotto e di sperimentazione condotta in modo erroneo. Lei cosa ne pensa?

Prima di tutto penso che chi si occupa di politica dovrebbe valutare questioni di tipo politico, lasciando l’analisi della validità di questioni scientifiche a chi è esperto del campo, e credo che questo concetto possa essere esteso anche al caso Stamina.

Inoltre penso che i mass media dovrebbero rinunciare ad affrontare  la scienza in termini scandalistici, sia nel bene sia nel male. Bisogna tenere presente che nella scienza si fanno piccoli progressi, a volte è possibile fare qualche salto in più, ma ogni nuova scoperta va inquadrata nel modo giusto.

In ambito medico si sente parlare spesso del Bench-to-Bedside, ovvero di medicina traslazionale, in grado di svolgere un ruolo di ponte tra il bancone del laboratorio e il letto del paziente. Secondo lei quale rapporto dovrebbe esserci fra il ricercatore e il clinico?

A volte c’è una forte dicotomia tra il ricercatore che si occupa di ricerca di base e il clinico. Sarebbe importante una figura, come il biotecnologo, che ha una solida base nella ricerca e nello stesso tempo affronta i vari temi con un’attenzione particolare verso tutte le possibilità di trasferimento all’ambito clinico.

Anche dalla parte del clinico però ci dovrebbe essere un atteggiamento più scientifico, e in Italia non è molto frequente. In particolare il clinico dovrebbe avere ben presente che la valutazione dell’efficacia o non efficacia di un trattamento o un approccio deve basarsi anche su risultati statisticamente validi, e non solo su un’osservazione isolata del paziente.

In realtà alcuni specialisti sono più abituati di altri a stabilire se un paziente può migliorare o peggiorare dopo un protocollo terapeutico sulla base di uno studio clinico, per esempio gli oncologi o gli ematologi, ma anche altri. Altre branche invece, soprattutto di ambito chirurgico, hanno la tendenza a valutare i pazienti caso per caso e non in modo onnicomprensivo.

Ritorniamo a parlare di cellule staminali: nel 2012 il premio Nobel per la medicina è stato assegnato a Shinya Yamanaka per aver scoperto le iPS, ovvero le cellule staminali pluripotenti indotte. Cosa sono le iPS e quale impatto possono avere queste cellule nel futuro della medicina rigenerativa?

Le iPS sono senza dubbio cellule di grande interesse dal punto di vista scientifico. Potenzialmente potrebbero avere impatto sulla medicina rigenerativa perché danno la possibilità di produrre delle cellule con lo stesso potenziale delle cellule staminali embrionali, o almeno simile, a partire da cellule somatiche dell’individuo, tenendo presente comunque tutta una serie di possibili problemi a carico della sicurezza.

Ribadisco in ogni caso il discorso che facevo prima: produrre iPS per il singolo paziente, dal momento che si presuppone l’utilizzo in terapia personalizzata, comporta dei costi non indifferenti. Per questo motivo credo che probabilmente in futuro sarà possibile utilizzare queste cellule in terapia, ma si tratterà inevitabilmente di una terapia riservata a pochi pazienti. Una possibile alternativa potrebbe essere la produzione di collezioni di iPS di diversi istotipi, ma siamo ancora lontani dall’attuazione di queste metodiche.

Filippo Birocchi e Mariateresa Giaimo

 

Come accedere gratuitamente ad articoli scientifici?

Se sei uno studente dell’Università di Genova puoi accedere gratuitamente a numerosi articoli scientifici, bastano solo la tua matricola e la tua password!

Accedendo al wifi dell’università (GenuaWifi) si possono automaticamente scaricare gli articoli in formato pdf dal sito della rivista (pubmed è un ottimo motore di ricerca per gli articoli: pubmed.com).

Non tutti sanno che si possono scaricare articoli gratuitamente anche dal wifi di casa. Basta andare su webvpn.unige.it quindi inserire le proprie credenziali (matricola e password). Nella barra di indirizzo occorre quindi digitare www.pubmed.com o l’indirizzo del proprio motore di ricerca preferito, e il gioco è fatto!

Author: EC93

Share This Post On

Pin It on Pinterest

Share This

Condividi

Condividi questo articolo con i tuoi amici!